Indice glicemico nella dieta a zona
 
 
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Indice glicemico
Agli inizi degli anni Ottanta si scoprì che la logica alla base delle valutazioni fatte fino ad allora sui carboidrati era sbagliata. Attraverso il controllo della glicemia effettuato su individui diversi, sia sani sia malati, si scoprì che il nostro organismo non assimila i carboidrati secondo la semplicità o la complessità della molecola, ma in base all'indice glicemico (IG), che misura la velocità con cui gli zuccheri entrano in circolo.
Questa caratteristica varia seconda dell'alimento e, per certi cibi, ribalta completamente la valutazione perché, per esempio, alcuni zuccheri semplici, come il fruttosio, vengono assimilati molto più lentamente degli zuccheri complessi come quelli delle patate. La maggior parte della frutta, quindi, che fino a quel momento era valutata, non senza un certo rammarico, in modo contraddittorio (importante per le vitamine, i minerali e le fibre; pericolosa per gli zuccheri semplici contenuti), è diventata un alimento più interessante dal punto di vista nutrizionale.
In base all'indice glicemico, il paragone tra lo zucchero da cucina e la pasta si arricchisce di contenuti nuovi e sorprendenti. Il saccarosio, o zucchero comunemente detto, è formato da due tipi di zuccheri: il glucosio e il fruttosio. Poiché i carboidrati devono essere trasformati in glucosio per poter essere utilizzati, la parte dello zucchero ingerito che corrisponde al fruttosio non può rimanere nel sangue per essere utilizzata, ma deve essere trasformata dal fegato in glucosio con un meccanismo che non è molto veloce. Pertanto la sua assimilazione è più lenta rispetto a quella della pasta che, come abbiamo visto, è composta da solo glucosio immediatamente utilizzabile dal corpo. Allo stesso modo, le fette biscottate vengono assimilate con una velocità superiore o simile a quella della marmellata in base al tipo di zuccheri contenuti in quest'ultima. Ecco perché con la classica colazione all'italiana si arriva faticosamente al pranzo. La frutta, invece, contiene soprattutto fruttosio, che entra in circolo lentamente ed è quindi un tipo di alimento che stimola molto meno la produzione d'insulina rispetto ai cereali e agli amidi.
L'indice glicemico dipende da vari fattori, di cui i principali sono: la quantità di glucosio, la quota di fibre, la presenza di grassi. Il confronto tra la pasta e lo zucchero oppure tra i cereali da colazione e il fruttosio spiega come incide la presenza del glucosio: più ce n'è, più alto è l'indice glicemico. La fibra e i grassi invece rallentano l'assorbimento dei carboidrati, per cui svolgono un'azione che abbassa indirettamente l'indice glicemico. Quindi, sotto questo aspetto, si arriva a una rivelazione quantomeno sconcertante per chi è abituato a valutare le porzioni con le calorie e che è già stata anticipata nella parte pratica: è meglio mangiare un piccolo piatto di pasta con un filo di olio d'oliva piuttosto che scondita. Infatti il controllo glicemico è migliore. Se però la quota di carboidrati è alta, cioè il piatto di pasta è grande, allora si produce molta insulina che immagazzina in grasso sia l'eccesso di zuccheri, sia i grassi, i quali invece non hanno nessuna influenza diretta sulla sua stimolazione.
La raffinazione dei grani di frumento, mais e avena, e in genere dei chicchi, incide sull'indice glicemico: è minore tanto minore è la lavorazione. Più in generale, si può affermare che più un alimento è lavorato, maggiore è l'indice glicemico, come si riscontra nelle verdure in scatola rispetto ai vegetali freschi: questi ultimi hanno un impatto insulinico migliore. Come abbiamo già visto, anche la cottura ha la sua influenza: più i carboidrati vengono cotti, più si alza l'indice glicemico, perché viene scomposta la loro struttura e quindi l'assimilazione è facilitata. Una pasta «al dente» ha un indice glicemico più basso di una ben cotta. I cibi precotti o a cottura istantanea hanno un IG molto alto. L'indice glicemico varia in funzione della presenza di proteine, che in genere lo abbassano. Gli spaghetti arricchiti di proteine, perciò, sono migliori di quelli normali. Le paste senza glutine hanno un IG più alto di quelle tradizionali. Tuttavia sembra che certe proteine possano avere un impatto glicemico superiore ad altre.
Alcuni alimenti come la pasta, il pane, il riso, la pizza, le patate hanno comportamenti glicemici particolari. La pasta di semola di grano duro, quella che troviamo comunemente confezionata, ha un indice glicemico inferiore a quella fatta con farina di grano tenero, cioè la comune farina bianca. Dal punto di vista glicemico, quindi, è meglio la pasta industriale, che per legge deve utilizzare il grano duro, rispetto a quella fatta in casa con la farina di grano tenero.
Per lo stesso motivo è meglio consumare pasta invece di pane bianco, fatto con farina bianca 0 o 00, la quale è adatta per la produzione di prodotti sottoposti a lievitazione e che ha un IG altissimo.
Il pane bianco di farina 0 o 00 ha un indice glicemico più alto rispetto a quello di grano duro.
Come sappiano, il pane di segale può avere un indice glicemico migliore del pane bianco, ma dipende dal quantitativo di farina bianca contenuta: meno è, meglio è.
Per quanto riguarda il riso, in media ha un indice glicemico superiore a quello della pasta. Per dare l'idea, sono stati trovati indici che variano da 54 a 132. Questa variabilità dipende dalla loro composizione in amilosio e amilopectina. Poiché l'amilosio viene digerito molto più lentamente dell'amilopectina, sembra che più alta è la sua percentuale, più basso sia l'indice glicemico del riso. Tra i risi prodotti in Italia, la varietà che contiene più amilosio è il Carnaroli (24,1 per cento), seguono il Vialone nano (23,9 per cento) che è particolarmente apprezzato nel Mantovano e nel Veronese, il Baldo (20,5 per cento), l'Arborio (19,6 per cento), il Roma e il Sant'Andrea (18,2 per cento). Pertanto la varietà più consigliata è il Carnaroli, che tra l'altro ha anche ottime caratteristiche gastronomiche di consistenza e di gusto. Tra i risi esteri il Basmati, un riso a grani lunghi, e il Doongara, una varietà australiana, hanno un contenuto in amilosio superiore ai risi nazionali e un IG intermedio tra quelli esaminati.
Anche per il riso, minore è la raffinazione, minore è l’IG.
Il riso soffiato (gallette di riso) ha un altissimo IG.
In molte persone sembra che la pizza possa mantenere la glicemia alta più a lungo che un altro cibo.
Alcuni studi hanno confrontato l'effetto su diabetici che consumavano un pasto a base di pizza e altri che mangiavano un cibo ad alto indice glicemico. Hanno riscontrato che, sebbene inizialmente la glicemia subisse in entrambi i gruppi un'impennata, ha continuato a salire ed è aumentata significativamente nelle successive quattro-nove ore dopo la pizza, diversamente che per il pasto di confronto.
Anche per le patate ci sono indici glicemici variabili da 67 a 158: sembra che ciò sia dovuto al differente quantitativo in amido. Per esempio, la varietà con buccia rosa Pontiac, che ha IG pari a 80, contiene poco amido; alcune patate novelle e a pasta bianca danno risultati ancora più bassi. L’IG delle patate dipende poi molto dalla cottura: l'hanno più basso le patate bianche bollite e quelle novelle, anziché il purè o quelle cotte al microonde e al forno.
I cracker hanno un indice glicemico variabile strettamente legato al tipo. Nella media sono molto simili al pane bianco; mentre i cereali da colazione l'hanno mediamente più alto. Tra questi prodotti c'è una variabilità che dipende dai loro contenuti. In genere, quelli che contengono grani soffiati e aggiunte di frutta secca hanno l'IG più alto.
Si ricorda che l'orzo ha un IG basso, quindi può costituire una valida alternativa al riso e inoltre che le farine realmente integrali, quelle che provengono da cereali non raffinati, sono migliori di quelle commercializzate come integrali perché contengono molta fibra, proteine e grassi.
Esistono poi alimenti per i quali la determinazione dell'indice glicemico ha un valore puramente formale, in quanto il loro contenuto in carboidrati è talmente basso da non poter essere valutato. Sono quasi tutte le verdure e gli ortaggi, tranne patate, piselli, eccetera. Alcuni in particolare hanno un contenuto irrisorio in zuccheri, come per esempio i funghi, la lattuga, i finocchi.
Le carote hanno un IG molto variabile (23-130) che dipende da più fattori: tipo di piante, di coltura, eccetera. Questo fatto le può collocare tra i carboidrati sia favorevoli sia sfavorevoli: qua si opta per la prima ipotesi, ma i diabetici devono essere particolarmente cauti con questo alimento, valutando la loro individuale risposta glicemica. Naturalmente sono migliori le crude rispetto alle cotte.
Come già detto, come dolcificante è meglio usare il fruttosio anziché lo zucchero da cucina o di canna.
Se proprio si devono consumare yogurt, dolci, marmellate, è meglio che contengano fruttosio (attenzione: lo zucchero dell'uva usato in alcune preparazioni non è fruttosio, ma glucosio). Si consiglia di usare il fruttosio anche per le preparazioni casalinghe di dolci e conserve.
L'indice glicemico è un parametro relativamente recente nella ricerca, e perciò è purtroppo ancora sconosciuto alla maggior parte delle persone. Si comincia a parlarne, ma non in modo abbastanza efficace. Addirittura qualcuno, particolarmente ancorato a concezioni superate, lo ritiene un modo alternativo per definire la semplicità o la complessità dei carboidrati. Ai diabetici che devono fare i conti con la stabilizzazione glicemica, questa valutazione è particolarmente utile, ma non basta: ciò che è più importante, per loro in particolar modo, ma anche per tutti coloro che vogliono controllare la propria produzione insulinica, è il carico glicemico.
CONOSCERE L'INDICE GLICEMICO
L'indice glicemico (IG) è un valore numerico che non dipende dalla semplicità o dalla complessità della molecola. Più alto è questo valore, più insulina deve venire rapidamente prodotta per riequilibrare la glicemia: una parte di questi zuccheri è destinata alle cellule che ne hanno bisogno, il resto viene tutto immagazzinato. Gli IG dei vari alimenti sono percentuali calcolate in base a un cibo di riferimento. In Italia si usa generalmente il pane bianco, che è uguale a 100, ma si trovano tabelle in cui l'alimento di riferimento è il glucosio. Ecco perché si possono trovare discrepanze tra le varie liste degli indici glicemici. Per convertire le due scale, si moltiplica l'IG della scala riferita al pane bianco per 0,73 e si ottiene la scala in cui il glucosio è uguale a 100.
La sua determinazione è molto importante per dare l'idea dell'impatto glicemico di un alimento e quindi per creare una nuova mentalità nutrizionale che tenga conto della produzione insulinica; ma i numeri che lo definiscono non vanno letti categoricamente. È una quantificazione che ha un margine di valutazione variabile dovuto al laboratorio di esecuzione, al tipo di prodotto, alla forma, alla marca commerciale, eccetera.
Carico glicemico
E’ un concetto utilizzato per migliorare ulteriormente l’uso dell’indice glicemico, che nel tempo si è dimostrato insufficiente per indirizzare al corretto uso dei carboidrati. Il carico glicemico corrisponde alla quantità di carboidrati che inducono risposta insulinica in un alimento moltiplicata per l’indice glicemico dell’alimento.
Carico glicemico = indice glicemico x grammi di alimento che produce risposta insulinica
Si basa sul fatto che non tutti i cibi che contengono carboidrati hanno la stessa densità di zuccheri. Se si mangia anche solo una piccola quantità di carboidrati ad alto indice glicemico, si può avere la stessa produzione insulinica indotta da un grande quantitativo di carboidrati a basso indice. In pratica, si può dire che mangiando 10 g di pasta si ha la stessa risposta insulinica che si avrebbe mangiando più di 150 g di fragole oppure più di 600 g di zucchine: la pasta ha un carico glicemico più alto di quello delle fragole e ancor più alto rispetto a quello delle zucchine. Ragionevolmente, è difficile pensare che 10 g di pasta possano essere una porzione reale, per cui, se si rapporta questo quantitativo a un piatto di pasta normale di circa 70 g, si deve dedurre che contiene tanti carboidrati quanto quelli che ci sono in circa 1200 g di fragole o in più di 4 kg di zucchine. Nessuno si sognerebbe di mangiare quantitativi così alti di uno stesso alimento, ma è ciò che accade con i carboidrati della pasta quando ne consumiamo una porzione che da alcuni è ritenuta normale, per altri è addirittura insufficiente.
Se analizziamo in modo più approfondito questo esempio, osserviamo che la pasta ha un indice glicemico variabile che dipende, nel prodotto unicamente lessato, dal grado di cottura, dalla presenza più o meno marcata di fibre, dall'associazione con le proteine, dal tipo di farina usata eccetera. Può quindi variare all'incirca da 45 a 80 in una scala in cui il cibo preso come riferimento è il pane bianco, che è 100. Le fragole hanno indice glicemico intorno a 57. Le zucchine non l'hanno definito perché fanno parte di una categoria, le verdure, che non è possibile valutare da questo punto di vista perché bisognerebbe mangiarne quantitativi esagerati per registrare una variazione significativa sulla glicemia dei soggetti sotto controllo. Per mettere a confronto il carico glicemico di questi alimenti, facciamo un allineamento dei loro indici glicemici portandoli tutti a un valore approssimativo di 50. Questa approssimazione è benevola per la pasta, che quindi viene valutata con un indice glicemico più basso della media di quelli realmente registrati, mentre è peggiorativa per le verdure, per le quali stabiliamo un valore indicativo di 50 che è sicuramente molto più alto della realtà. Le fragole, sotto questo aspetto, occupano una posizione di mezzo. Prendiamo ora una stessa quantità di questi alimenti: 50 g. In questa quantità ci sono circa 40 g di carboidrati se si tratta della pasta, neppure 3 g nelle fragole e praticamente 0 g di carboidrati nelle zucchine, che devono arrivare a circa 600 g per avere all'incirca 10 g di glucidi. Calcoliamo il loro carico glicemico:
- per la pasta: 40 g x 50 (indice glicemico) = 2000
- per le fragole: 3 g x 50 =150
- per le zucchine: 0 g x 50 = 0
Anche se abbiamo indicato per tutti lo stesso indice glicemico, il loro carico glicemico cambia notevolmente. È un valore molto alto per la pasta, medio per la frutta e basso per la verdura. Ciò si riflette direttamente sulla quantità di insulina che si produce in seguito all'ingestione di questi alimenti. In genere quasi tutta la frutta e la verdura, tranne poche esclusioni come le patate e la banana, hanno un medio e basso carico glicemico, per cui se ne possono mangiare quantitativi superiori a quelli consentiti dagli alimenti ad alto carico glicemico, come la pasta, per avere la stessa risposta insulinica.
Per non produrre troppa insulina in seguito a un pasto, è bene che il carico glicemico non superi il valore di circa 3000. Alcuni studi indicano che più è alto il carico glicemico nella normale dieta di un individuo, più è probabile che diventi obeso, che rischi di diventare diabetico e che possa avere problemi di salute collegati a una iperproduzione insulinica.
Se il carico glicemico di un pasto è più alto rispetto alle necessità di una persona, si ha un'eccessiva produzione insulinica; ma, se questo valore è troppo basso, si innescano reazioni metaboliche nocive che portano verso la chetosi, cioè l'anomala condizione fisica che è una prerogativa delle diete iperproteiche. Bisogna trovare la giusta misura, il corretto equilibrio, che si ottiene con la moderazione dei componenti alimentari.
Nella quantificazione del carico glicemico non sempre è sufficiente valutare la quota inerente ai carboidrati, che sono i più forti stimolatori d'insulina. A volte è necessario includere quella indotta dalle proteine, le quali hanno un'azione modesta, ma in alcuni cibi possono incidere significativamente. È per questo motivo che più propriamente oggi si parla di indice insulinico per definire l'impatto dei cibi sulla produzione dell'insulina. In conclusione, ciò che emerge con chiarezza è che occorre affiancare alla valutazione dell'indice glicemico anche quella del carico glicemico se vogliamo dare le corrette indicazioni nutrizionali.
La pasta, per esempio, appartiene alla categoria di alimenti a indice glicemico mediamente non altissimo, ma ha un carico glicemico elevato, per cui valutarla unilateralmente attraverso l'indice glicemico può indurre in errore. Ciò non significa che non si possa mangiarne: basterà ridurre i quantitativi in modo adeguato.
Allo stesso modo, l'orzo in chicchi è un alimento a IG basso, ma è molto denso di zuccheri, per cui è utile tenerne conto quando si tratta di stabilire le porzioni.

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